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venerdì, 31 luglio 2009
 

L'allenamento di corsa con i bambini non è bastato a farmi raggiungere l'autobus, così sono rimasta mezz'ora semi-seduta su una balaustra. L'unica occupazione possibile era osservare. Di tanto in tanto sciamava qualche passante, passante da-a dove non era possibile chiederlo senza fare la figura dell'impertinente. Il tizio palestrato e biondo, accompagnato dalla compagna (com'è ovvio che sia), non sembra far caso a questa piccola convenzione e si è fermato davanti a due ragazzi giapponesi, chiedendogli da dove venivano e altre cose in un inglese non troppo sconnesso, per uno che con tutta probabilità si è fatto di coca o qualcos'altro. Proseguendo per la sua strada, il tizio biondo camminava molleggiando, ma a scatti, e aveva tarato il suo uso del linguaggio nella ripetizione continua di "ti-ti-ti-ti-ti-ti".
Altra gente, strana e meno strana, aspetta e sale sugli autobus. Solo il mio tarda. Com'è ovvio.
Voglio andare a casa in fretta (e non tornare). Cos'avranno gli autobus, forse un radar o un qualche strumento per leggere la necessità del loro arrivo. Per poi farsi aspettare (più delle donne). Col risultato che la gente smania alle fermate, qualche volta raccolgono dei cadaveri (morti di indolenza o di un afflusso di bile nel cervello) sotto le insegne dei bus. Alcuni raccontano di gente impazzita o disidratata. Qualcun altro parla per esperienza personale, narrando il momento in cui è loro apparso San Bartolomeo in cilicio (vedere arrivare il 606, in effetti, è considerato da molti, tra cui non pochi teologi, come un'esperienza accommunabile all'apparizione di un santo).
Alla fine l'autobus, stranamente, arriva. Tra l'altro è il 606, quindi può essere che in realtà io sia salita su San Bartolomeo.
E torno a casa.
E non dormo.

postato da rip | 01:44 | commenti


domenica, 26 luglio 2009
 

Credo che un modo per riconoscere il livello del mio nervosismo, è di stimare un grado di facilità nel perdere le cose che mi servono (sempre connettendogli la loro tanto o meno utilità).
La mattina che ho fatto in fretta e furia la valigia prima di andare a lezione, per poi correre a lavoro e poi fiondarmi all'aereoporto, ho perduto, nell'ordine:
- una stanghetta degli occhiali;
- le chiavi di casa;
- dieci euro.
Tutto in un quarto d'ora. Potrei anche essere fiera di me stessa, per un certo verso, se non fosse che quella mattina sono stata totalmente inattiva a lezione, e il pomeriggio, orribile con i bambini. All'aereoporto ero semplicemente molto impaziente. Ora, d'accordo, la sera prima avevo bevuto parecchio, ma non si può imputare tutto a delle semplici conseguenze da giorno dopo-sbronza. Così come la sensazione quasi eccitante di apnea che ho avuto al momento del decollo, non può essere collegata solo al cambiameno di pressione.
L'arrivo è stato più o meno come l'avevo immaginato: abbastanza imbarazzato, ma non tanto da non riuscire a riempire i secondi di silenzio che invariabilmente cadevano, di tanto in tanto. Coi giorni, pian piano, ho notato un riprendere da dove si era lasciato, quasi un rinsaldarsi di un'alleanza spezzata (anche se è bene restare ancora con i contorni poco definiti, poco netti). Io, più di tutto, sono rimasta attonita. Dal rendermi conto di quanto e come ho modificato il mio aspetto, il mio modo di fare, il mio carattere, anche. Forse è così che una persona riesce a capire i propri cambiamenti: ritornare dopo tanto tempo in un posto, e notare come gli atteggiamenti che prima aveva, le reazioni e gli spunti che suscitava, non ci sono più o sono diversi. Così sembra quasi che appartenessero ad un'altra persona, che è stata rimpiazzata senza nessun annuncio o lettera informativa. Potrebbe essere questo un modo con cui uno constata di essere cambiato. Ed io mi sono ritrovata più grassa, più stanca, più incline a fissare lo sguardo in silenzio, a non rispondere agli spunti di conversazione. Realmente, la cosa che mi ha più colpito è stato il mio tono di voce: improvvisamente basso e stanco, quasi raspante sul fondo.
Come descrizione, a pensarci bene, sembra quella di un malato terminale, quindi potrei "alleggerirla" in nome di una veridicità ed attinenza ai fatti. Sorgerebbe però il problema che troverei falsa l'attenuazione, perchè generica e per niente verosimile. Quindi credo che dovrò accettare la visione di me stessa come malata terminale di qualche male incurabile. In fondo, se presa con filosofia, non è una cosa terribile: è peggio essere realmente un malato terminale che pensarlo soltanto, e se pensarlo non ti crea depressione o ansia, ma anzi l'idea che peggio di così niente, potrebbe essere uno spunto per "risalire", in qualche modo.
(E' divertente constatare quanto riesco ad essere razionalmente una testa di cazzo, con me stessa, in casi come questo. Dovrei scrivere dei libri: sarebbe un modo per far soldi facili.)
E viene fuori, da colloqui vari, che questa malata terminale, ha il compito di badare ai fili della maggior parte delle marionette, di tirarli e di allentarli, di non farli annodare fra loro, soprattutto di non spezzarli. Nel frattempo deve anche cercare di non rimanerne attorcigliata e legata. Nella speranza che le marionette, ad un certo punto, capiscano il funzionamento dei propri fili ed inizino a dirigersi da sole, parlando e muovendosi nel modo giusto.
Io, realmente, non ho la più pallida idea di dove mi porterà tutto questo, ma non ho sentore di buon auspicio (neanche di sconfitta totale, se è per questo), nè ho l'arroganza di credere di avere di un importante compito messianico da svolgere.
Mi consolo pensando che, almeno, ho ritrovato l
e chiavi di casa: nello zaino (prima non erano lì!), quand'ero in aereoporto, per prendere il volo di ritorno. Gli altri due oggetti smarriti aspettano ancora il ripescaggio.

postato da rip | 18:05 | commenti


lunedì, 20 luglio 2009
 

Forse c'è bisogno di trovare un punto di partenza (forse c'è solo bisogno di chiudere gli occhi e piantarla con le cazzate). E' successo di nuovo, in fretta, d'improvviso: un getto di acqua giacciata lanciata da chissà dove.
Dell'aprile dell'anno scorso ricordo il cielo del giorno di ritorno, il blu accesso striato dell'arancione e dell'oro dei raggi del sole vicino all'orizzonte marino. Le nuvole rosa tenue accentuavano i colori forti della luce. Ero appena scesa dal treno, un specie di demone folle mi aveva preso la lingua facendomi dire tutto quello che mi passava in testa. Chissà dov'è finito quel demone.
Forse tutto è iniziato quella notte, quando abbiamo incontrato il carretto di musica e vino, e dei palloni di carta son spuntati fuori dal nulla, creando un nucleo da cui partivano atomi di danzatori ubriachi. Fino alle sei del mattino sono rimasta a guardarli (unica sobria nella massa di gente troppo stanca per rifiutare un altra goccia d'alcol). Lì, forse, ho ribaltato la mia coscienza come un calzino, scoprendo parti che non credevo potessero vedere la luce.
Sono solo le complicazioni che rendono più difficile evidenziare e riassumere la realtà. Parlando sinceramente, non ho la minima idea di cosa sto facendo. Forse è un caso che ieri notte un gatto dagli occhi rossi mi ha accompagnato per tutta la strada verso casa (per salite e passaggi pedonali poco sicuri), poi è scomparso appena prima di arrivare davanti al mio portone. Magari questi giorni ho preso troppo freddo e il cervello mi fa cilecca.

Almeno ho un aneddoto divertente da raccontare alle feste.
postato da rip | 19:24 | commenti
 

In autobus la gente riesce a tirar fuori quello che di più orribile e ozioso ha in corpo. Ormai le scene di razzismo e cafonaggine sono all'ordine del giorno. Gli autori maggiori, a fanculo la morale del più anziano-più meritoso di rispetto, sono i vecchi. Però forse è solo una questione statistica: in questa città dove gli anziani sono i tre quarti della popolazione, è quasi matematico che siano loro ad avere l'onore del primo posto (in qualsiasi cosa).

postato da rip | 18:56 | commenti


mercoledì, 15 luglio 2009
 

Fra i muraratori che lavorano nel cavedio interno del mio palazzo, ce n'è uno che si chiama Washington.
postato da rip | 17:59 | commenti


sabato, 11 luglio 2009
 

Mi alzo alle sei e mezzo del mattino per arrivare in orario alla "gabbia"*. C'è di buono che la mattina sono tutti più assonnati e calmi, così noi maestre (non avrei mai creduto di essere chiamata maestra, in vita mia, neanche solo per un lavoro di un mese) abbiamo la possibilità di trovare una soluzione alla paga da fame che ci spetta. La soluzione non si trova, ma almeno ci si sfoga parlando della situazione generica in cui versa il sociale.
Generalmente e genericamente, una merda.
Non c'è neanche la possibilità di tenere la collega che si occupa di S. (la bambina con problemi di handicap grazie al medico che l'ha fatta venir fuori con le pinze) per tutta la giornata; e figuriamoci fare in modo di trovare - se non una persona apposta - il tempo e i modi per stimolare gli sprazzi di lucidità di M. (la bambina autistica). Per M. la situazione è migliore visto che l'ospedale, per mancanza di soldi e personale, le ha accertato solo un'autismo lieve e da ricontrollare in seguito. Quindi ufficialmente M. sta abbastanza bene e non dovrebbero esserci problemi.
Peccato che non sa parlare e la maggior parte del tempo gira per la stanza volando (quando riesce a sopportare il rumore degli altri bambini).

Così, ultimamente, sto diventando sempre meno disposta ad accettare velleità lamentose di persone adulte e vaccinate, o sfoghi fuori luogo. Oppure incontri G8ttistici. Anzi, ultimamente trovo sempre più difficile leggere i giornali senza incazzarmi come una iena dopo la prima pagina e scagliarla, insieme a tutte le altre, il più lontano possibile. Però questo fatto dei giornali mi è sempre successo, quindi magari non conta.
Una nota positiva, almeno, è essere riuscita a vedere via XX settembre totalmente bloccata, proprio durante il pomeriggio del primo giorno di saldi (che c'è una marea di gente), grazie ad un corteo spontaneo.





*Giardinetto antistante la scuola materna dove lavoro, identificata metaforicamente con una gabbia perchè è chiusa da un cancelletto. Questa precauzione è totalmente inutile perchè i bambini sanno benissimo come aprire e chiudere il cancello, ma c'è ugualmente.

postato da rip | 15:34 | commenti


lunedì, 06 luglio 2009
 

I walked around for hours,
two ten pence pieces in my hand.
I was alone and freezing,
still trying hard to understand you.

Forse ho usato troppa prudenza: ho aspettato più del dovuto il manifestarsi di quella fragile intesa che, invece, ho visto cadere a terra e rompersi, come una qualsiasi bottiglia di vetro leggero. Allora non sarebbe da pensarci su molto, per trovare una soluzione ad un problema che già ha trovato la sua conclusione nel nulla. E' il ricordo di un groviglio di capelli fulvo-biondicci che mi crea qualche problema.

I left the others knowing
I had to work this by myself.

La mia istintiva azione di sfogo è rappresentata da pacchetti di sigarette e posacenere viola, ma dovrei trovare una qualche terapia sostitutiva. Manca solo un'elevata esposizione al cancro polmonare, ora come ora.
Ora che si presentano rivisitazioni fascistoidi, g8 sismicamente poco rassicuranti, elezioni che hanno come esito golpe o manifestazioni di sangue, lavatrici e frighi che si rompono, anarchia interiore e indecisione programmatica. 

But now the feeling's growing,
I would be better off with their help.

Così è da qualche giorno che la mia fantasia trova via d'uscita trasformando la gente in una piccola bottega dgli orrori, e mi ritrovo ad avere come vicina di casa una strega del Nord molto combattiva ma poco affidabile. Nel supermarket sotto casa due folletti (il simpatico e il furbo) mi sottopongono indovinelli che dovrebbero risolvere il dilemma fra chi dei due è il simpatico e chi il furbo. Spero che il mio istinto di conservazione inizi a dirigere questi primi passi verso la follia verso una zona d'ombra poco trafficata.  
Forse dovrei seguire gli spunti di fuga che, per una volta, provengono dagli altri - e solo dagli altri (fra cui un groviglio di capelli fulvo-biondicci).

I wish you could be with me,
in these last days when I am still hopelessly poor.
Stay out of trouble,
stay in touch.
Try not to think about me too much.

Solo ora, però, mi rendo conto di quanto è difficile spiegare il perchè continuo a finire pacchetti di sigarette come fossero caramelle. Da questo punto di vista è più semplice la fisica delle bottiglie di vetro che si rompono, anche se più dura da accettare. Quindi credo che mi resti solo da seguire i miei pochi obiettivi, usando tutte le forze che riesco a tirar fuori, cercando qualsiasi tipo di distrazione dai grovigli di capelli fulvo-biondicci.

postato da rip | 02:11 | commenti