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martedì, 25 novembre 2008
La prima acrobata entra in scena completamente nuda e completamente nuda fa l'intero numero, a parte per un paio di mutande bianche che indossa subito dopo la sua comparsa sul palco.
Quando sale sull'altalena, si possono vedere i suoi movimenti rimarcati dalla vista dei muscoli che si tendono, raddoppiando l'effetto di ogni gesto. La difficoltà delle acrobazie e lo sforzo per tenersi aggrappata e in equilibrio, sembrano centuplicati ogni volta che deltoidi e tricipiti si aprono per scoprire lo scheletro esile. Ogni oscillazione dell'altalena fa muovere le luci attaccate sulle corde, illuminando ora lei, ora il pubblico. Ad un certo momento sembra tutto fermarsi, con lei in posizione da Gesù Cristo, i fari sul suo corpo, la testa rivolta all'indietro, muscoli e scheletro nel disperato tentativo di combattere la forza di gravità e la stanchezza. Poi tutto si rimette in moto, con quella scena fissa nella mia mente.
Non ho potuto fare a meno di considerarla come una metafora di molte, molte cose.
Entra in scena l'uomo, anche lui completamente nudo, stavolta senza aggiungere nulla che possa coprirlo. Si attacca alla corda e sale e tira, fino a che della vernice color salngue non scende dall'attaccatura in alto, scorrendo giù fino a lui, schizzandolo ad ogni giravolta. Ormai non si poteva più pensarla una corda, ma delle budella umane o, al massimo, un cordone ombelicale. S'intreccia sempre di più, con le braccia e le gambe, per poi lasciarsi cadere al suolo, arrestato dal groviglio di organi insanguinati, ad un pelo dal terreno, immobile e strozzato.
Fortunatamente (per me), questa volta non ho trovato similitudini da apporre.
domenica, 23 novembre 2008
Una canzone nata contro il panico
Contro l’angoscia e la carestia
Una preghiera contro l’inquietudine
Contro l’orrore e il vuoto quotidiano
Il trombettista suona la tromba (che è la sua caratteristica di riconoscimento) accovacciato nell'atrio, proprio davanti alla testa di drago, sorretta da un carrello della spesa.
(No, non mi sto drogando)
Ho rivalutato la comodità di una camera da letto: ora la mattina si hanno molte più probabilità statistiche di svegliarsi con una spalla lussata. Se la spalla è a posto, allora probabilmente hai tanta tosse da poter gareggiare con un tisico.
La maggior parte di noi beve in continuazione, ma in fondo non più di prima.
(Io, diversamente da ogni aspettativa, non tocco quasi mai alcool)
Il trombettista suona la tromba ed io mi maledico per non avere mai la macchina fotografica.
Ci sono notti in cui non riesci ad addormentarti, ci sono notti in cui ti butti sul pavimento e non riesci più a svegliarti.
La maggior parte di noi programma ed ordina, come e più di un'organizzazione di festival di 'sto cazzo.
Facciamo assemblee fino alle due di notte, poi iniziamo a parlare di arte contemporanea.
(Dopo un po' la conversazione inizia a prendere curvature pericolose e poco comprensibili, a quel punto io sono già a dormire)
Lascio il mio zaino in giro, ovunque, affidando troppa fiducia alla collettività umana - in ogni caso non c'è niente da rubare a parte mutande e calzini (e un asciugamano).
Esco dalla casa della pittrice dopo un completa tabula rasa. Psicologicamente formativa.
Socialmente poco utile.
Studio nei ritagli di tempo, lavoro nei ritagli di tempo, cerco lavoro nei ritagli di tempo, prendo tempo nei ritagli di tempo, inizio ad odiare i ritagli di tempo.
(E poi ballare per dimenticare)
Le agenzie matrimoniali fallirebbero, fosse per noi.
Trovare delle idee, rendere fattibili le idee.
Applicare le energie.
Evitare di pagare l'enel.
Evitare di farsi prendere dal panico.
Evitare di far subentrare la consapevolezza di star scrivendo qualcosa di completamente incomprensibile (nota: al massimo, farla passare come tentativo d'avanguardia).
Ho difficoltà a fare analisi, a preconizzare il futuro, ad esaminare il passato. Forse sto perdendo colpi, ma almeno ho imparato ad usare skype.
Cerco di inventarsi battute di spirito per non rendere tutto più difficile.
Ed odio lo stile telegrafico che ha preso piede in questo post.
Quindi chiudo qui.
Ma abbiamo comunque un problema, Huston.
venerdì, 21 novembre 2008
E poi sto ancora aspettando di riuscire a trovare un modo per non cedere alla tentazione di pensare sempre il peggio di tutto (e di me).
(Al di là dell'impossibilità della cosa.)
(Al di là dell'ingrammaticabilità della frase.)
martedì, 18 novembre 2008
Non ho molte analisi, molte conclusioni da trarre, anche perchè è decisamente impossibile fare delle conclusioni quando qualcosa sta ancora seguendo il suo corso, anzi è appena alla fase d'inizio (si spera).
Si può parlare di una generazione in rivolta, di un mondo che finalmente alza la testa, di individui che smettono di mettersi le mani nei capelli ed iniziare ad usarle per qualcosa di reale, di concreto. Di rivendicare ciò che è nostro. Ciò che ci spetta. Non parlo solo dei diritti "materiali", tangibili: lo studio, il lavoro, la casa... ma anche il diritto al rispetto.
In fondo, l'unica cosa che ci era stata detta finora, era che eravamo una generazione irrecuperabile, senza ideologia, senza sogni, senza vita. Impossibili da gestire, impossibili da salvare.
Da qualunque parte venisse la predica, la costante era di una gioventù senza spina dorsale (che fosse perchè comandata da vecchi sessantottini, che fosse perchè di quel che era sessantotto non ne aveva la benchè minima idea).
Ora, nessuno riesce più a ricordarsi bene come, abbiamo rovesciato tutto. Non siamo più pienamente ricattabili, iniziamo a prenderci i nostri spazi, inziamo a lottare contro un muro più grande di noi e praticamente impossibile da abbattere.
E pretendiamo rispetto.
Perchè tutto quello che stiamo facendo lo facciamo sapendo bene di avere tutto da perdere, che ormai è una lotta in cui un solo passo falso può voler dire partita persa, fine irrevocabile. Una lotta in cui non c'è un solo appiglio rimasto.
Così dobbiamo inventarci nuove forme di comunicazione, in un mondo ormai saturo di comunicazione, nuovi modi di fare politica, in un mondo in cui la politica (quella della gente per la gente) non esiste più, nuovi modi di vivere insieme, in un mondo in cui il fine ultimo è l'isolazionismo individuale. Provateci a farlo, provateci a pensarci. Tutto questo ben sapendo di non avere alcun futuro, di stare lottando per il tutto per tutto. Che anche il solo contatto fisico e umano con gli altri è una conquista, che dobbiamo spiegare e ripetere fino allo stremo ogni nostra più piccola posizione, che bisogna urlare insistentemente, fino a perdere la voce, contro cosa ci stiamo scontrando.
Individuare i nostri antagonisti, senza mai dargli la definizione di nemici: mostreremo il fianco agli attacchi più beceri, e la nostra è una guerra anche di parole.
"Le definizioni sono importanti", l'ho sentita spesso questa frase, detta magari in modo un po' canzonatorio, ma che nasconde un altro lato di questa battaglia: quella di misurare ogni millimetro del terreno che ci sta intorno. Come un animale braccato.
E' bracconaggio allo stato puro quello che stanno facendo, le avvisaglie non mancano.
Basti solo pensare a Cossiga, ai suoi consigli e moniti, che simboleggiano ancora di più la mancanza totale di rispetto. O magari chissà, nascondono qualcosa di ancora peggiore.
In pratica, non ci è permesso neanche di essere paranoici.
E forse è questa la cosa più difficile.
Come si fa ad essere rivoluzionari, senza paranoia?
lunedì, 03 novembre 2008
SE
chiedi conferma ad un professore del fatto che, visto che dal giorno x al giorno y i suoi ricevimenti sono sospesi causa suo soggiorno di studio all'estero, anche la sessione d'esame posta in mezzo al giorno x ed y viene rinviata (ma soprattutto a quando)...
LUI
ti risponde: "dal giorno x al giorno y sono assente"...
CHE CAZZO SIGNIFICHEREBBE?
domenica, 02 novembre 2008
"Quando c'è la notte è meglio non avere freddo."
Pensava questo pensiero ininterrottamente, da più di un'ora. Non avrebbe dovuto bere tutto quel gin. Probabilmente ora il suo fegato si stava organizzando per un sit in di protesta. Con la complicità dello stomaco, sicuramente.
Vomitò tutta l'anima che gli era rimasta.
(Infatti, con la complicità dello stomaco.)
"Quando c'è la notte è meglio non avere freddo". E' come dire: "quando versi acqua bollente è meglio non scottarti", oppure "quando scommetti anche le mutande è meglio pensare ad una maniera dignitosa di uscire per strada, anche se completamente nudo". Guardava in alto, il cielo. Non che distinguesse precisamente quel che stava fissando, ma era un modo come un altro per fingere di fare qualcosa.
Vicino a lui, in piedi, due ex-tossici dai lineamenti poco rassicuranti. Magari non erano ex-tossici, ma così si definivano. Guardavano il marciapiede di fronte, in attessa di qualcuno, probabilmente.
Il rumore assordante del locale di fianco gli dava più mal di testa di quel che già aveva. Si spostò più in là, vicino alla coppia di fidanzati che litigavano. Lui celava a malapena la voglia di picchiare la sua ragazza, urlandole attaccato alla faccia, intervallando il discorso con pizzicotti alle guance il più dolorosi possibile. Nel frattempo si allontanavano, la ragazza dietro, a specchiarsi nelle vetrine che trovava, come gesto di protesta.
"Quando c'è la notte è meglio non avere freddo."
Aveva perso la giacca, era nuova. Il vento era gelido. Passò vicino la stazione, c'era una macchina della polizia parcheggiata, nessuno dentro.
Chissà dov'erano. Meglio che non c'erano. L'avrebbero fermato, forse. Aveva del fumo in tasca, era ubriaco. No, meglio che non c'erano.
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