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domenica, 26 ottobre 2008
C'è una donna, qui a Genova, che riempie i muri della città di scritte sulla pace e sull'amore.
I primi tempi in cui ero qui, l'ho incontrata, ha inveito con me contro le istituzioni e mi ha regalato dei biscotti (in realtà non erano un granchè).
Ora, ogni tanto, vedo in giro le sue tracce: delle scritte rosso-verdi con caratteri da scuola elementare.
Dicono che fosse partigiana. Dicono che nei tempi della sua lotta, dei fascisti la rapirono, la rinchiusero, la violentarono, la torturarono. Dicono che da allora non è più rinsavita.
Ora, ogni tanto, ripenso a questa storia, quando ho finito la rassegna di problemi da valutare e da affrontare. Non sono più riuscita ad incontrarla e non m'interessa poi molto. Ci sono giorni in cui ripenso a questa storia con orrore, altri con curiosità, altri ancora distrattamente, più o meno come se non fosse qualcosa di vero. Una favola, tutto qua.
Quello che non cambia mai è come mi sento quando passo in rassegna i miei propri problemi. E forse anche per lei un po' così: non cambia mai la sensazione dei suoi ricordi, ma ripensa sempre in maniera diversa ogni giorno che vive, passando il tempo a scrivere sempre le stesse frasi in rima, lasciando per terra piante, fiori e biscotti, andando per le strade fermandosi a parlare con gli sconosciuti.
E' da qualche tempo che questa storia non mi era tornata alla mente, forse perchè ultimamente non smetto mai di analizzare le diverse soluzioni agli stessi problemi di sempre (procedimento che potrebbe portarmi direttamente ad uscirci fuori di testa). Così improvvisamente tutto si è bloccato grazie alla storia di una partigiana torturata ed impazzita, salvandomi dalla follia.
Magari un po' più di senso dell'umorismo non mi farebbe male, ultimamente.
venerdì, 10 ottobre 2008
Ci sarebbe bisogno di nuovo Marx. Che parli dello sfruttamento degli operatori call-center e della lotta della classe dei precari contro la grande industria e lo stato.
Sarebbe bello vedere cosa ne verrebbe fuori.
giovedì, 09 ottobre 2008
E' come venire accarezzati, lentamente.
(Non sono più abituata a scrivere, diciamocelo: avrei potuto iniziare in un modo migliore.)
Uno si siede, sprofonda sulla sedia sfondata, guarda un punto fisso. Sono solo formicolii, quelli, ma ti viene addosso tutta la stanchezza del mondo. Ed è come se qualcuno ti accarezzi, per tutto il tempo. Ci sono momenti in cui prendi un pezzo di discorso e lo segui, in cui eviti di pensare che ti si sta studiando, che ti si sta scrutando, che chi ti sta davanti è attento ad ogni piccola porzione di luce sul tuo viso.
Gli spezzoni di discorso vanno avanti.
Ogni tanto, la sensazione di venire accarezzati ritorna.
Per la maggior parte del tempo si è immobili, i muscoli si indolenziscono pian piano, senza il minimo rilassamento. Il trucco è guardare un punto fisso - nel frattempo c'è una strana sensazione che ti si butta addosso, più complessa della semplice concatenazione fluida dei pensieri.
C'è un filo rosso, forse, che lega i due estremi. Un filo rosso che si costruisce piano, che si cancella, che si ricostruisce. Che fa emergere qualcosa in superficie, con una fatica ed una dedizione difficili da mantenere.
(Al di là di tutto, è sempre questione di tenere ben presente in mente un'immagine, un obiettivo, un'idea, uno scopo. E al diavolo.)
E' destabilizzante vedersi ricostruiti dalla mano di qualcun altro, vedersi di fronte a se stessi, nitidi, scoperti.
Forse avevano ragione le popolazioni primitive, quando pensavano che il disegno rubasse l'essenza della cosa disegnata. Ogni volta che il pennello tocca la superficie della tela, è come se una di quelle carezze si prendesse un pezzo di te. Quello che non capivano, però, è che il risultato di tutto questo, di fronte a te, ti restituisce qualcosa in più della tua anima, presa, mangiata e poi sputata. Con qualcosa che prima non c'era.
Prendi la porta e ti scrolli di dosso tutta la stanchezza del mondo. Ti si è studiato a fondo, molto a fondo... ma non è un ruolo così passivo come tutti potrebbero pensare, quello di venire studiati.
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