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venerdì, 14 settembre 2007
A. si sdraiò sul pavimento e puntò gli occhi al soffitto. Riuscì a malapena a concentrarsi su quel che aveva sopra gli occhi che il suo cervello esplose, inzaccherando le pareti verniciate di fresco.
Al di là delle metafore, il cervello di A. iniziò a sfornare pensieri, idee e congetture, obbligandola a confermare l'unico dubbio della sua vita: si è soltanto un fascio di nervi e psicosi. Il suo cervello vorticò fino al primo ricordo e da lì iniziò la sfilata di tutto quello che l'aveva portata a questo punto. In una stanza vuota, sdraiata per terra, con le pareti verniciate di fresco.
A. pensò ai suoi genitori, e più precisamente a sua madre, in quanto con suo padre non aveva mai avuto un rapporto che andasse al di là del minimo indispensabile. Pensò alle manie di grandezza di sua madre e dei suoi insuccessi, delle sue arie e dei suoi pianti che l'avevano accompagnata tutta la vita e le avevano dato la capacità di riuscire ad indovinare in quale preciso momento qualcuno avrebbe iniziato a lamentarsi e piangere, a urlare fra le lacrime l'odio per il mondo intero e il suo stato di vittima.
A. aveva una profonda paura di qualunque specie di pianto, ma soprattutto A. conosceva la paura. E forse questo perchè sapeva che non c'è niente di sicuro, avendolo sperimentato sulla sua pelle il giorno che suo zio le assicurò che baciare qualcuno non era brutto. E suo zio la baciò, ma non fece mai niente di più, a parte qualche toccatina quando iniziò a prendere forma da ragazza.
E quando fu ragazza davvero, ad A. capitò di innamorarsi come succede sempre. Non fu granchè e A. pensò di aver più che altro sprecato tempo. Riuscì ad entrare come commessa in un negozio, ed iniziò a guadagnare qualcosa. Nel frattempo studiava, le piaceva studiare, ma non otteneva grandi risultati, soprattutto nelle materie che preferiva. Questo fatto destò lo stupore dei professori, ma comunque non riuscirono a risolvere la questione.
A., da maggiorenne, lasciò la scuola. Continuò a lavorare e a vedersi con la sua vecchia fiamma, che ormai la incontrava più per pena che per altro. Non aveva grandi amiche, nè grandi amici, sapeva che la maggior parte dei suoi compangi la riteneva più che altro stupida. A volte A. era tentata di dar loro ragione.
Capitò che perse la verginità per aver bevuto troppa birra, dopo aver finito di lavorare. Non è mai riuscita a ricordarsi bene con chi, o almeno se gli era piaciuto. In paese si sparse la voce che fosse una specie di puttana e da allora la sua vita non fu più molto tranquilla.
Ad un certo punto A. decise che tutto questo non era più possibile, così prese quei pochi soldi che aveva da parte e se ne andò.
Così finì in una stanza vuota, sdraiata in terra, con le pareti verniciate di fresco.
Si alzò ed andò a vomitare.
mercoledì, 12 settembre 2007
Si sistemò in fretta le gambe e uscì di strada. Un vigile in rosso perenne faceva strombazzare tutti motocicli fermi allo svincolo.
- Cosa succede oggi?- rispose.
- Sono fasti piccoli. - domandò un passante.
Entrò in un caffè e chiese dello zucchero. Ripulitosi del nero liquido amerindo, si diresse ai lavori forzati. Sbagliò piano e ne fpreparò un'altro. Il suo capo contò fino a dieci e si staccò dal collo in segno di protesta. Certo di un diniego, chiese alla Sinorina Bella di uscire con lui, al parco giochi.
- Quale parco giochi? - rispose.
- Quello nuovo - domandò.
- Mi sta sbeffeggiando?
- Non toccherei mai una Signora.
- Signorina.
Uscirono all'ora di chiusura e si diressero in cantina. Bevvero un buon vino. Lui pronunciò quelle parole:
- Ti ho sempre odiata.
- Anch'io.
Si staccarono in fretta, e ognuno finì a casa propria.
Il giorno sussiegoso la Signorina Bella si sistemò in fretta le gambe e uscì di strada. Un treno passeggeri l'aspettava al capolinea. Continuò per la sua strada ed entrò in un caffè, che beveva amaro. Si diresse ai lavori forzati e, certa di un diniego, chiese al suo capo un aumento di diaria. Il capo si staccò dal collo in segno di protesta.
Uscita all'ora di chiusura sperò in un passaggio. Un passante appiedato si presentò e lei pronunciò:
- Non è la stessa cosa.
giovedì, 06 settembre 2007
- Penso, dunque sono.
Dicevano senza scopo di lucro, convinti di asserire una verità perpetua.
- Penso, dunque sono.
- Penso, dunque sogno.
Rispose Matilda, credendo di circuire il problema.
- Penso di pensare.
Aggiunse Matilda.
- Penso di sognare.
Sussurrò a se stessa.
Dolci cadevano dagli alberi che cani neri stavano a masticare.
- Ora comincio a capire.
Trotterellò su un morello, poi scese e cavalcò un'aragosta.
- Sarebbe meglio con più sale.
Sali scendi, arrivò a un circo di formiche incinte e orsi polari. Polarizzando una bussola, Matilde contò le ore del suo russare piano, poi contò fino a tre e trovò un cane con pronuncia blesa:
- Scusi signorina sonnanbula, sarebbe così ossequiosa se prestasse soccorso.
Disse indicando un bambino ferito.
Matilda lo prese e lo raccolse, colmandolo d'affetto.
Poi, di nuovo, scomparve.
Risuonò un suono nel nulla e Matilde guardò il soffitto della sua camera mentre mostri marini vagavano nel nulla.
Matilde capì che stava ancora sognando.
mercoledì, 05 settembre 2007
Posai il bicchiere sul bancone. La vita era inutile. Quante volte uno si sveglia, si alza dal letto, piscia, caga, vomita, si prende a martellate la faccia con un affare di plastica? La vita era inutile.
Come investigatore privato ero una sega: 359 casi ancora irrisolti ed erano tre giorni che cerco di vincere alle corse. Ma niente. Sempre perso. La vita era inutile. Avrei dovuto cambiare lavoro molto tempo fa. Me lo diceva sempre mio padre, mentre si slacciava la cinghia, che sarei finito a bere piscio di cane da qualche parte.
Quante volte uno chiama un autobus, risponde al telefono, piscia, caga, vomita, si prende a martellate la faccia con un affare di plastica? La vita era inutile.
Sento la porta che si apre ed entra una sventola da farti girare anche i peli delle palle, si siede davanti a me e incrocia le gambe. Gambe più lunghe dell' Empire State Building. Gambe più lunghe di qualunque cosa vi possiate immaginare.
- Cosa vuoi, bambola?
- Bellanè, non fare il cretino.
Era la quattordicesima volta in due ore che mi davano del cretino. La vita era inutile.
- Ho un caso per te - continuò.
- Precisamente?
- Devi ritrovare il Pesce Malato.
- Mi stai prendendo per il culo?
- No, devi ritrovare il Pesce Malato, è importante. Vedi di finirlo entro quattro ore o farò di te una torta flambè.
- Che cazzo di rime fai, bambola?
- Sta' zitto e ascolta: l'ultima volta è stato visto sguazzare nel condotto fognario...
- Allora ci credo che è malato, con tutta la merda di sorcio nelle fogne.
- Voglio che lo ritrovi Bellanè. E fallo in fretta.
- La paga è 6 dollari l'ora.
Mi lasciò 200 dollari sul banco. Poi se ne andò, con tutta la flemma delle sue gambe.
Trovare il Pesce Malato. Neanche avessi niente da fare, inoltre dovevo ancora informarmi per la prima corsa.
Andai da Fil. Fil era un bastardo, ma sapeva tutto di tutti.
- Sai qualcosa su un Pesce Malato, Fil?
- Sei un cretino?
- Sta' bene attento come parli o ti stacco tutta la corona dentaria e te la conficco nelle palle, hai capito?
- Non so niente, Nico.
- Allora vaffanculo.
Gli spaccai una bottiglia sulla testa e me ne andai.
La vita era inutile, dovevi sempre aspettare qualcosa. Vivere per morire. E aspettare. Aspettare qualunque cosa. Anche il tuo turno per andare a fanculo. Quante volte uno paga una multa per sosta vietata, racconta barzellette, piscia, caga, vomita, si prende a martellate la faccia con un affare di plastica? Andai in ufficio.
In ufficio mi stavano aspettando due armadi quattro stagioni.
- Sappiamo che stai cercando informazioni sul Pesce Malato.
- Come lo sapete?
- Non ha importanza. Prendi questo e vacci.
Mi lanciò la mappa delle fogne di L. A. con una croce rossa. Probabilmente dove c'era il Pesce Malato.
- E non volete niente in cambio?
- Abbiamo già falsificato la tua firma su un documento dove è scritto che ci devi 10.000 dollari, con interessi al 67%.
- Mi sembra logico.
- Ci vediamo fra due giorni, Bellanè.
- Perchè fra due giorni.
- Le rate del prestito sono ogni due giorni.
Ero fottuto. E la vita era inutile.
Passai la giornata a informarmi sulle corse, puntare e perdere.
La mattina dopo feci colazione con tre bottiglie di vodka e un'oliva. Non potevo più andare in nessun bar perchè ero interdetto in tutti i bar di L.A. Avevo dei problemi coi baristi. Affanculo. La vita era inutile. Quante volte uno costeggia la Baia della Morte, frequenta un locale dove servono solo Cheeseburger, piscia, caga, vomita, si prende a martellate la faccia con un affare di plastica?
Mi sistemai la bombetta, uccisi tre mosche ed uscii. Presi un tombino e ci entrai. Fu un po' difficile perchè ero in sovrappeso di 20 chili.
Fango, puzza, melma, merda di topo, di uomo, di donna, di vacca, di mosche e arbre magiques dappertutto. La cosa peggiore erano gli arbre magiques. Fottuti ipocriti di merda.
Seguii la cartina e mi trovai sulla croce rossa. Nel senso che c'era una croce rossa dipinta per terra.
- Affanculo, chi sei?
Era una vocetta rinsecchita, tisica, da uno che sta per morire. Mi girai.
Un pesce con le dimensioni di una balena, tendente al verde vomito, peloso, mi guardava.
- Il Pesce Malato?
- Sì, che vuoi?
- Una bambola ti cerca.
- Affanculo.
- Non dirlo più o ti stacco le pinne e ci gioco a tennis.
- Affanculo.
Tirai fuori la mia Luger. Gliela puntai contro.
- Va bene, che sventola?
- Non lo so.
- E tu accetti un caso senza sapere chi cazzo è che te lo chiede?
- Aveva delle gambe da favola.
- Capisco.
Improvvisamente una luce. La sventola comparve. Si rivolse al Pesce Malato:
- Sei tu, finalmente!
- Oh, Irma. Ti posso spiegare tutto...
- Affanculo, come hai potuto tradirmi con quella puttana?
Tirò fuori un bazooka. Il Pesce urlò.
- Irma, parliamone - dissi.
- Affanculo anche tu!
Sparò un colpo, poi un altro. Uno colpi il Pesce. Un altro colpì me. Un vortice giallo mi avvolse, sentì il Pesce Malato gemere. La vita era inutile.
martedì, 04 settembre 2007
- No, non domani. -
Continuava a riciclare bottiglie di vetro, per poi gettarle nei contenitori della plastica.
Era tornato da far la spesa, ma per cena aveva solo tonno, salatini e verdura avanzata.
Capì di aver dimenticato qualcosa.
Nessuno di noi è al sicuro.
Un cane abbiaiò sul retro del cortile.
Chi non risica non rosica.
Puntò il dito indice verso un tafano da passeggio.
Circa ottomila.
Accese la luce.
No, non sono impazzita: è un gioco. Scrivete qualcosa che abbia queste frasi in mezzo.
Coscienza di Rip: Ma non è che siete costretti, se non volete farlo meglio per voi. Che poi non c'è neanche tanta gente, quindi non è molto divertente, quindi io capisco, quindi insomma...
Comunque questo fatto che non ho una casa e che non so dove mettermi inizia a pesarmi parecchio.
(Volevo mettere una virgola, ma mi sembrava brutto.)
Riorganizzò le idee e scese le scale. Tutto quello che doveva fare doveva essere fatto. Era la prima volta che sentiva chiaramente l'obbligo di un risultato, positivo o negativo non importava, bastava un risultato. Un compito, un obiettivo da portare finalmente a termine.
Finse di guardare l'ascensore con non curanza, credeva di prendere coraggio, così. Guardò ancora per un istante il bottone con la T grande nera su sfondo bianco.
Ora era a Terra, letteralmente.
Uscì dall'astronave, orgoglioso del fatto di essere atterrato sul punto giusto. Inspirò l'aria, poi l'espirò, secondo le usanze dei nativi del luogo. Si guardò attorno e scoprì una selva di fumo, gas, automobili e centri commerciali. Penso di aver sbagliato indirizzo, quindi ricontrollò la busta, capì di essere nel posto giusto e s'incamminò verso il centro.
Durante la strada si stupì di non suscitare nè interesse nè scandalo, ma forse perchè le sue sembianze erano simili a quelle degli altri (a parte due cornine gialle che ricordavano vagamente la torre di Pisa). Arrivato, salì su un rialzo qualsiasi, stracciò la busta e con tutta la serietà possibile per un essere alto due metri e con le corne gialle a forma di torre di Pisa, lesse:
- Secondo la Grande Unità di Controllo Consumatori Interstellari (GUCCI), e come messaggero di tale organizzazione, vi informo che avete superato la data di scadenza. Si prega provvedere il più presto possibile. Grazie.
Poi prese e se ne andò.
domenica, 02 settembre 2007
Avanti, avanti che ormai siamo tutti abituati a pettegoli di classe che sniffano i cazzi altrui, quindi perchè non si dovrebbe fare la parte della povera vittima in pena? Concordate con me che ormai si è ripetuto troppe volte, senza ascolto, "tutto questo è una merda".
E quindi, forza!, spogliatevi nudi e mettete in mostra le vostre grazie e le disgrazie, ma bene attenti che se il racconto non soddisfa lo share vi buttiamo a calci in culo al pubblico lubridio e scherno.
Qui non si scherza, ormai è una palestra di vita, e noi, solo noi, siamo riusciti nel comunistico intento di avere una sola misura: quella del canale più visto e stravisto. Nel frattempo vi mandiamo a puttane tutto il resto e vi freghiamo casa, lavoro, dignità civile, dignità umana e ogni possibilità di riscattarvi. Oh, ma cosa importa, prendi il telecomando e scegli uno fra gli innumerevoli canali che ti raccontano ciò che è bello, ciò che è brutto, ciò che è consono al tuo cervellino di gallina.
Troveresti troppo stressante elencare tutti i difetti di questa società, troppo straziante per il tuo piccolo cuore avido di notizie, penseresti che neanche la Franzoni avrebbe il coraggio di campare in un mondo del genere...
E tu ce l'hai?
(Sì, lo so, è uno sfogo penoso, ma uno è pur sempre solo uno sfogo)
sabato, 01 settembre 2007
Spense la tv. Ultimamente provava la strana sensazione che qualcuno lo stesse spiando. Una delle tante cause poteva essere quell'uomo appostato ogni sera davanti casa sua, nella stessa identica posizione. Scostò le tendine (ricamate, di sua nonna, che aveva dovuto mettere perchè sprovvisto di tendine, e in ogni film giallo che si rispetti c'è qualcuno che scosta le tendine) per verificare la situazione.
Anche stasera.
Dannazione.
Sarebbe anche dovuto arrivare il ragazzo delle pizze, mezz'ora fa. E le cose erano due: o domani si sarebbe trovato il ragazzo morto, in uno dei bidoni della spazzatura, o la pizza sarebbe arrivata fredda.
Al piano di sopra una donna scostò le tendine (ricamate anche lei, ma solo perchè aveva un pessimo gusto), vide l'uomo appostato davanti casa sua. Come ogni sera, da tre notti. Probabilmente aveva a che fare con la signorina del terzo piano, quella donnaccia. L'altra sera aveva sentito dei rumori provenire dal suo appartamento. Ultimamente si sentiva come uno spostamento di mobili.
Al terzo piano c'era odore di vernice, l'inquilina dell'appartamento con le finestre sulla strada aveva pitturato le pareti e ora sedeva distratta alla finestra. Non c'erano tendine, perchè le doveva ancora comprare. Guardò in basso, dove c'era un uomo davanti casa, si chiese chi era e che cosa voleva, forse stava solo aspettando che lei uscisse, da sola. Si tolse dalla finestra e si preparò una camomilla, anche se era totalmente inutile, per via dell'insonnia.
L'uomo appostato, barbone insonne seduto su una delle panchine più comode mai trovate, pensò: "Anche stasera tutti affacciati alla finestra. Strano palazzo. Cosa diavolo staranno aspettando?"
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